Quando un progetto possiede valore, ma non ha ancora una traiettoria definita, può capitare che ogni richiesta di contatto costringa a ripartire sempre da capo.
È così invece di accogliere nuove prenotazionI, ti ritrovi continuamente a spiegare chi sei, cosa fai e soprattutto perché quello che offri è un’esperienza che vale davvero la pena provare.
Il punto non è che ti mancano le parole giuste, ma che manca qualcosa che parli prima di te.
Casa dell’Upupa è una casa museo nell’entroterra romagnolo: una realtà culturale nata da un’eredità importante, quella dell’artista Ilario Fioravanti.
Questo luogo non è stato pensato per disporre ordinatamente il proprio patrimonio in vetrina, ma per presentarlo agli ospiti come un’esperienza trasformativa, capace di donare un momento di benessere e un’occasione di confronto e apprendimento.
Casa dell’Upupa: caso studio di posizionamento e branding
Quando Diletta, nipote dell’artista e oggi custode di questa memoria, mi ha contattata, il valore di Casa dell’Upupa era già lì.
Quello che mancava era un posizionamento abbastanza chiaro e definito da far emergere cosa rende questo luogo diverso da tutti gli altri musei, intesi nel senso più istituzionale del termine.
Abbiamo messo a fuoco che cos’è Casa dell’Upupa (e che cosa non è), che tipo di esperienza offre e cosa si porta a casa chi la vive personalmente.
Poi abbiamo tradotto tutto questo in confini non negoziabili e strumenti pratici (dal listino prezzi al sistema di raccolta contatti e feedback, passando per l’attivazione della newsletter).
In questo caso studio racconto il lavoro fatto in quattro mesi, durante il percorso di mentoring Atlante Strategico, per trasformare l’identità e la storia di Casa dell’Upupa in un assetto stabile, destinato a durare nel tempo e a reggere anche senza un presidio costante.
Il segnale più concreto? A un certo punto le richieste di spiegazioni si sono trasformate in prenotazioni dirette di visite ed esperienze.
Casa dell’Upupa: un’eredità viva, un progetto ambizioso
Casa dell’Upupa nasce come un luogo da esplorare con lentezza, più che da visitare.
Diletta me l’ha detto in modo chiarissimo fin dal primo contatto: non voleva limitarsi a raccontare il nonno, ma tramandare ciò che lei stessa ha ricevuto da lui.
Desiderava che gli ospiti uscissero da Casa dell’Upupa diversi da come erano entrati.

Questo era il cuore del progetto ed i messaggi lasciati da alcuni dei visitatori fino a quel momento, ne erano la conferma.
C’era chi descriveva la casa museo come un angolo di vita vissuta, chi diceva di essersi sentito come essere nella testa di qualcuno, chi parlava di meraviglia e di un luogo che resta.
Nessuno contava le opere esposte, ma tutti raccontavano, ognuno a modo suo, cosa accadeva durante la visita.
All’interno di questa intuizione, però, c’era anche un’ambizione ben più ampia.
Nel tempo infatti, Casa dell’Upupa non vuole rimanere una semplice destinazione culturale, ma aspira a diventare un un punto fermo per la Romagna dell’entroterra.
Un faro che, attraverso eventi e nuove connessioni, sia capace di tenere viva l’attenzione e di illuminare un territorio spesso messo in secondo piano rispetto alla più turistica e patinata riviera adriatica.
Tuttavia, perché potesse essere riconosciuto e sostenuto come tale, doveva riuscire a reggersi in piedi restando fedele a se stesso: nella proposta, nella comunicazione, nella capacità di dare valore all’offerta e di accompagnare le persone a scegliere di vivere quell’esperienza con piena consapevolezza.
Prima: il valore c’era, ma senza una struttura a sostenerlo restava implicito
Casa dell’Upupa non è mai stata pensata come un museo dove effettuare una visita (intesa in senso classico), ma come un’esperienza che colpisce nel profondo, capace di lasciare qualcosa in ciascun ospite.
Però, senza una struttura in grado di rendere chiaro questo valore dall’esterno, il senso dell’esperienza restava implicito: emergeva davvero solo nel momento in cui veniva deliberatamente spiegato.
Le testimonianze degli ospiti erano numerose e spesso molto intense, ma non erano mai state raccolte in modo sistematico all’interno di un processo capace di trasformarle in recensioni.
Così, invece di essere visibili a tutti, rimanevano messaggi privati.
Un altro tema emerso fin da subito inoltre, riguardava la dimensione economica.
La casa museo aveva sempre proposto esperienze a offerta libera e, proprio per questo, faticava a rendere stabile il passaggio più delicato: chiedere un biglietto all’ingresso, in modo chiaro e sistematico.
Nel frattempo si organizzavano diverse iniziative, tra cui concerti, eventi, incontri tematici, spesso in collaborazione.
Ma senza un criterio predefinito, ogni nuova idea rischiava di diventare un nuovo fronte che Diletta in prima persona, doveva presidiare.
Tutto, inevitabilmente, ricadeva sulle sue spalle.
Il nodo reale: non serviva fare di più ma costruire una struttura
Non servivano più contenuti, nè una maggior promozione o una presenza più accattivante sui social.
Quello che mancava era una struttura solida capace di tenere insieme identità, valore, principi guida e perimetro del progetto.
Senza di essa, ogni cosa avrebbe continuato a pesare su Diletta, con un notevole dispendio di tempo e di energia.
C’erano almeno tre azioni da mettere subito in campo per far emergere il valore reale di Casa dell’Upupa.
- Rendere immediato il senso dell’esperienza. Chiarire subito cosa succede all’interno del museo e come mai non si tratta della solita visita.
- Far capire a chi è destinata la casa museo. Casa dell’Upupa non deve piacere a tutti, ma orientare le scelte di chi cerca davvero quel tipo di esperienza.
- Mettere in chiaro quali sono i confini non negoziabili. Stabilire qual è il valore (anche economico) e quali sono le regole del progetto. Dal prezzo alle collaborazioni, passando per le partnership: se i confini non sono espliciti, ogni conversazione diventa una rinegoziazione continua che alla lunga, consuma.
È da qui che siamo partite.
Cosa abbiamo fatto: dare direzione per rendere il progetto leggibile
Con Atlante Strategico, il mio percorso di mentoring 1:1, abbiamo fatto ciò che spesso manca quando un progetto cresce: ci siamo fermate per fare il punto e decidere cosa doveva diventare chiaro prima di qualunque passo operativo.
Il lavoro si è mosso in quattro fasi.
- Radici. Abbiamo rallentato per capire che cos’è Casa dell’Upupa oggi: non solo come casa museo, ma anche rispetto al tipo di esperienza che vuole offrire.
- Voce. Poi abbiamo trovato le parole giuste per comunicare tutto questo in modo coerente e presentare Casa dell’Upupa senza doverla spiegare da zero ad ogni nuovo contatto.
- Sistema. A quel punto abbiamo costruito una struttura replicabile che tenesse insieme la comunicazione e i confini stabiliti, così da non rinegoziare tutto ad ogni occasione.
- Espansione. Infine abbiamo trasformato la nuova direzione in strumenti e processi che lavorano anche quando Diletta è nel museo con i suoi ospiti: un sistema di raccolta di contatti e feedback, l’avvio della newsletter come canale di relazione, uno schema per l’avvio di partnership e collaborazioni ed un listino prezzi più stabile per uscire dall’ambiguità dell’offerta libera.

La svolta: quando le richieste di spiegazioni diventano prenotazioni dirette
Metà del lavoro era già fatto.
Quando chiamavano, prenotavano. Non dovevo più spiegare.
Sono più o meno queste le parole che Diletta ha usato in una delle nostre ultime sessioni.
E quasi in parallelo è arrivata una nuova recensione spontanea su Google, perfettamente allineata al posizionamento. Non racconta cosa si vede a Casa dell’Upupa, ma quello che resta addosso dopo l’esperienza.
Non lo sai, non te lo aspetti… torni a casa con meraviglia negli occhi…
Per me è stato un segnale fortissimo: eravamo sulla strada giusta.
Quando un progetto diventa leggibile, non arrivano più chiamate da parte di chi vuole sapere di che si tratta, ma richieste già orientate verso una scelta: le persone chiamano direttamente per prenotare.
Ma non è stato l’unico cambiamento.
Come la natura delle modalità di contatto, anche il modo in cui Diletta prendeva decisioni si è modificato.
Prima tendeva a dire di sì a molte proposte, anche diverse tra loro, perché ogni occasione le sembrava preziosa.
In questo modo però i progetti si accumulavano e con essi anche un notevole carico di lavoro invisibile.
Oggi Diletta ha iniziato a dire di no a tutto quello che rischia di portarla fuori perimetro, senza avere la minima paura di perdere delle opportunità.
In tal senso, l’evento dello scorso gennaio è stato una vera prova sul campo.
L’ho affiancata nelle fasi di progettazione e organizzazione: dall’impostazione dell’esperienza alla definizione delle priorità, fino alla gestione delle adesioni, senza trasformare tutto in un lavoro infinito.
Ed è lì che si è visto con chiarezza cosa accade quando ci sono un sistema solido e confini nitidi: non si perde tempo a ripartire ogni volta da capo e non si finisce travolti dalla gestione.
L’evento a Casa dell’Upupa è stato un successo, ma soprattutto ha confermato una cosa: quando la direzione è chiara, anche un momento tanto intenso, come un evento con circa 50 partecipanti, resta sostenibile.
Cosa racconta questo caso studio: quando una visione diventa sistema
Questo caso studio non parla solo di Casa dell’Upupa, ma di ogni progetto di valore che sta in piedi, ma richiede un presidio continuo da parte di chi lo guida.
È come se ogni giorno ti trovassi a ricominciare tutto da capo: ogni richiesta ti costringe a rimettere mano a scelte che pensavi fossero già definite, ogni opportunità finisce sulla tua scrivania senza un filtro che faccia selezione.
E così, senza neanche accorgertene, diventi tu stesso il sistema.
La direzione non è ancora tradotta in criteri stabili, ma è totalmente affidata alla tua memoria, al tuo intuito, alla tua energia.
Per questo, tutto (anche le questioni più semplici), richiede la tua presenza costante, altrimenti ogni cosa smetterebbe di funzionare.
È esattamente qui che si colloca il mio lavoro.
Ti aiuto a trasformare confusione e sovraccarico in direzione e continuità, costruendo insieme a te i criteri, i confini ed un assetto decisionale e operativo che non dipende più dalla tua presenza costante.
Se ti riconosci in questa dinamica, raccontami cosa ti sta bloccando in questo momento nel tuo business. Leggerò la tua richiesta e ti risponderò personalmente.
Immagine in evidenza: Casa dell’Upupa Instagram